Incubatori certificati: con l’obbligo di metratura a 500mq, il MISE certifica la sua visione “superficiale” del mondo startup

Nuvolab è (anche) un incubatore, al momento non certificato… e ci sarebbe piaciuto immaginare potesse prima o poi diventare l’unico incubatore certificato in Italia di proprietà di un under 40. Perchè in Italia non ci sono incubatori certificati di proprietà di giovani. Mentre la regola, e non l’eccezione, dovrebbe essere che chi costruisce il futuro sia chi quel futuro lo abiterà.

Il legislatore, però, ha messo mano alla normativa per accreditarsi come incubatore certificato rendendo la vita difficile non solo a chi lo vuole diventare, ma anche a chi lo è già: la metratura quadrata di superficie della struttura a uso esclusivo del’incubazione delle imprese è passata da 400mq a 500mq e da opzionale ad obbligatoria.
Arcangelo Rociola, giornalista di AGI, ha intervistato il nostro CEO Francesco Inguscio, per comparare la sua visione delle modifiche in materia con quella di Mattia Corbetta, membro della Direzione generale per la politica industriale del MISE, e Peter Kruger, CEO di Startupbootcamp Foodtech.

Qui potete trovare l’articolo uscito oggi su AGI che riporta parzialmente le dichiarazioni di Francesco e che presenta brevemente ma (quasi) esaustivamente la situazione italiana in merito alla definizione di “incubatori certificati”. Ciò che più fa preoccupare i player (incubatori ed acceleratori) che fino ad ora non hanno fatto degli “spazi” occupati (ed occupabili) il focus della loro efficacia è proprio una visione “superficiale” del MISE (sia perchè frettolosa, sia perchè basata sulle “superfici”) di questo settore, senza considerare che sono le persone a dare valore aggiunto ad un ecosistema, anche se lontane geograficamente e residenti in luoghi diversi.

Riportiamo di seguito la versione estesa dell’intervista del nostro CEO, Francesco Inguscio, rilasciata ad Arcangelo Rociola di AGI.

1) Come valuti la revisione del decreto che stabilisce i requisiti degli incubatori certificati di startup?

Una decisione agrodolce: guidata dalla ragione (laddove in tabella B si introducono degli incentivi per promuovere startup che aderiscono a Startup Visa e Startup Hub che sono iniziative che stanno a cuore al legislatore, oppure dove si aumentano il numero di brevetti da raggiungere con le startup incubate) e dalla follia (laddove in tabella A si introduce l’obbligatorietà di avere almeno 500 metri quadri di uffici per essere considerato un incubatore).

Sicuramente se l’ente pubblico sta facendo “bar-raising”, si sta alzando l’asticella, ipotizzando che l’ecosistema dal 2012 (data di introduzione della normativa) ad oggi sia cresciuto e quindi si possano introdurre requisiti più stringenti per capire chi sta facendo bene il suo lavoro e chi no. Purtroppo manca un serio reality check sull’efficacia delle norme introdotte (e sul fatto che l’ecosistema in questi pochi anni si possa considerare “maturo”) ma sopratutto si usano parametri in alcuni casi totalmente errati per misurare chi sta performando meglio nella corsa all’innovazione di valore.

E’ come che in questa corsa (ad ostacoli) che stiamo facendo sui mercati mondiali giocando nella squadra italiana, il parametro usato per selezionare i migliori corridori dalla nostra nazione non fosse fatto sul tempo che ci si mette a raggiungere il traguardo ma sull’altezza degli ostacoli che si saltano mentre si prova ad arrivare primi. Ma al massimo questo è il parametro per selezionare i saltatori della squadra di salto in alto, non i corridori per la corsa ad ostacoli (o per la maratona, visto quanto è lunga la strada che porta al successo).

Caro Stato, stai selezionando così i tuoi campioni nel mondo innovazione? Lo stai facendo nel modo sbagliato. #BIGFAIL

2) Quali sono i punti più critici? 

Sicuramente uno. L’obbligo di avere 500 metri quadri di “superficie della struttura ad uso esclusivo dell’incubazione delle startup innovative” (visto che valendo 15 punti in una tabella che al massimo assegna 45 punti con obbligo meno di 35 punti… di fatto se non si hanno 500 metri quadri non si arriva al valore minimo per essere “certificati”).

In altre parole: non si misura la capacità di innovare in metri quadrati.

Credo che il legislatore non solo abbia sbagliato parametro per selezionare i suoi campioni ma addirittura non stia selezionando campioni ma più probabilmente immobiliaristi.

Un incubatore non è fatto di mura ma di persone. 

Che il legislatore inizi ad entrare più nel merito di cosa sanno fare queste persone e non di quante mura costruiscono: noi siamo costruttori di ponti tra mondi (quello della ricerca e quello dell’industria) e non di mura (di incomunicabilità che erige sistematicamente il legislatore tra se stesso e il mondo reale quando compie delle follie del genere).

Giusto a titolo di paragone…esiste un incubatore in Silicon Valley che ha supportato la nascita di oltre 1.000 startup ed ha dato i natali ad aziende che oggi valgono complessivamente più di $ 60 MILIARDI (tra cui ricordiamo AirBnB e Dropbox.. giusto per fare due nomi noti anche in Italia). Da molti, incluso il sottoscritto, viene considerato in assoluto il miglior venture accelerator del pianeta.

Bene, giusto per la cronaca, alle startup che provano ad entrare da loro (http://www.ycombinator.com/apply/)  Y-Combinator segnala che “Y Combinator doesn’t supply office space”. Ebbene si. Questo incubatore NON ha uffici per le startup. Y-Combinator non “ospita” fisicamente nessuno ma supporta le startup con il suo network di investitori ed aziende, la competenza dei suoi partner, mentor ed alumni che supportano tramite incontri periodici e “on demand” tutti gli startupper da essi accelerati.

Per assurdo. Y-Combinator in Italia non sarebbe MAI riconosciuto come incubatore certificato perchè non avrebbe i 500mq obbligatori con la (nuova) legge.
A conferma di quello che dicevo prima e che qui ripeto: un incubatore non è fatto di mura ma di persone. 

E il valore delle persone non si misura in metri quadrati.

3) Quali quelli che rispondono a quello che chiedono gli operatori? 

Ben pochi perchè c’è un problema a monte: il legislatore si dimostra per l’ennesima volta incompetente in materia. Non sa di quello di cui parla e, nonostante non sappia come misurarlo, si è permesso di misurarlo (in metri quadri) e normarlo.
Se vuole provare a normarlo (cosa che comunque gli sconsiglierei di fare), che il legislatore la smetta di guardare il dito e inizi a concentrarsi sulla luna.. se almeno sa dove si trova la luna (diversamente che copi in toto la legislazione di stati all’avanguardia come UK, se se lo può permettere).

In generale mi sembra che ci sia stato un accanimento sul “mezzo” per supportare l’innovazione (gli uffici, i capitali raccolti dalle startup, il numero di dipendenti da assumere nelle startup o nell’incubatore) e ci si sia dimenticati il  “fine” per cui si sviluppa una startup (idealmente, una “exit” o quantomeno la creazione di società solide e redditizie).
E il legislatore si è anche dimenticato di valutare il nesso causale tra il mezzo e il fine (banalmente: questi incubatori che forniscono i “mezzi”, hanno poi delle quote nelle startup e sono co-interessati al loro destino oppure forniscono semplicemente spazi di lavoro e usano pretestuosamente il fatto di avere un contratto di coworking / consulenza con delle startup per spacciarsi come incubatori e fruire delle agevolazioni non destinate per loro?).

Ricordiamoci che (definizione UE) gli incubatori sono “organizzazioni che accelerano e rendono sistematico il processo di creazione di nuove imprese”. Punto. Lo dice l’Europa. In altre parole, se il fine di un’azienda è quello di creare un prodotto / servizio e venderlo sul mercato, il fine di un incubatore è quello di creare nuove aziende e venderle sul mercato. Perchè un incubatore è semplicemente un’azienda che invece che fabbricare prodotti/servizi, fabbrica altre aziende. Ma per il resto è un’azienda.

Se un’azienda smettesse di vendere i suoi prodotti sul mercato, la considerereste davvero un’azienda? Come potrebbe sostenersi se non in modo perverso (es: finanziamenti pubblici o strumentalizzazione del fenomeno startup per fare altro)?
E allora cosa accade se un incubatore non vende nemmeno una delle sue aziende sul mercato? Come fa i soldi?

Vendendo servizi di consulenza alle sue startup incubate o a qualche grossa azienda che li vede come “portatori di innovazione” (mentre non sono riusciti a combinare nulla sul mercato)?

Ma allora chiamatela “società di consulenza”, non incubatore (tantomeno certificato)!
Affittando spazi alle startup incubate o a qualche grossa azienda che ci tiene a circondarsi di startup ed eventi sull’innovazione?
Ma allora chiamatelo “coworking”, “business center” o “società di eventi”, non incubatore (tantomeno certificato)!
Mi permetto una metafora (biblica): è dai frutti che riconoscerai l’albero.. non dalla grandezza della sua chioma.
Se un incubatore è una azienda che fabbrica aziende e le vende sul mercato per fare soldi, allora iniziamo a entrare nel merito e “misuriamo” la qualità dei suoi frutti e quanti ne vende davvero (o comunque come vengono valorizzate queste società).
Le domande (reali) da porsi per valutare la bontà dell’albero devono concentrarsi sul “frutto” e non sulla “chioma” e a mio avviso riguardano non tanto (o non solo) gli elementi introdotti dal legislatore ma piuttosto:

  • Se e quante quote detiene l’incubatore nelle startup incubate (se ci sono solo contratti di affitto spazi o consulenza NON sono incubatori)
  • Se e come queste quote sono state valorizzate (quante exit sono state fatte negli ultimi 5 anni? oppure che dividendi forniscono queste società che invece di essere state vendute sono cresciute e diventate redditizie?)
  • Quanto fatturano le startup incubate? Con che tassi di crescita?

Chiudo con una provocazione. Mi sono permesso di dare un occhio all’elenco dei 36 incubatori attualmente certificati (http://startup.registroimprese.it/report/incubatori.pdf).
Vedo una marea di coworking / business center o società di consulenza che non definirei MAI incubatori.
E vedo tantissime incubatori ed acceleratori che fanno davvero un gran lavoro nella nostra nazione che NON compaiono in elenco.
Se è dai frutti che si riconosce l’albero.. questa legge è del tutto inefficace per premiare i meritevoli o quantomeno evitare che chi non lo merita riceva benefici (che a mio avviso dovrebbero essere chiesti indietro.. io non voglio pagare con le mie tasse i conti di coworking e società di consulenza).
Suggerisco al legislatore nel breve periodo di limitare i danni (es: lasciando facoltativo, com’era prima, il fatto di avere uno spazio di lavoro di almeno 500 mq: questo si può fare portando da 35 a 30 il limite minimo previsto per la Tabella A).

Suggerisco anche al legislatore nel lungo periodo di fare pulizia (delle regole di certificazione e dei soggetti certificati) e iniziare ad entrare davvero nel merito della qualità dei frutti che questi alberi stanno dando, a prescindere dalle dimensioni della chioma. Iniziando a selezionare e coltivare davvero gli alberi migliori. Che altrimenti andremo a piantare in altre nazioni. 
E quando anche i migliori alberi italiani daranno frutti in altre nazioni e la rainforest italiana si sarà spostata altrove, qui in Italia resterà solo il deserto. E al massimo qualche cespuglio. E nessuno tornerà mai a vivere nel deserto.

Chiudo, definitivamente, con un verso della Bibbia a cui mi sono ispirato e che trovo estremamente calzante di cosa sta succedendo in Italia (con un malcostume dilagante legato al mondo startup) e cosa dovrebbe fare il legislatore:

Matteo 7,15-20
[15] Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci.  [16] Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? [17] Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; [18] un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. [19] Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. [20] Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.