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il 5G: L’infrastruttura per lo sviluppo delle smart cities

Il termine “smart city” è oggi molto popolare e molto utilizzato sebbene il suo significato e le sue caratteristiche non siano del tutto chiare, soprattutto ai non addetti ai lavori.

 

Ma cos’è, effettivamente, una smart city?

 

Una definizione che riesce a mettere d’accordo buona parte degli esperti è la seguente:

 

“Una smart city è una città dove i servizi sono resi più efficienti grazie all’uso del digitale e delle tecnologie abilitanti, al fine di migliorare la qualità di vita dei cittadini e delle imprese.”

 

Per sintetizzare, una smart city propone delle soluzioni che permettano, ad esempio, un trasporto urbano più intelligente o una struttura di smaltimento rifiuti funzionale alle necessità della città. Le città intelligenti si evidenziano per l’urbanistica efficiente che tiene conto delle ultime innovazioni ingegneristiche. Spesso, ciò equivale ad un modello di vita più vantaggioso per gli abitanti, che possono usufruire delle avanzate infrastrutture pubbliche.

 

A livello europeo, la European Innovation Partnership on Smart Cities and Communities (EIP-SCC) è un’iniziativa, supportata dalla Commissione Europea, che punta alla collaborazione tra città, PMI, Corporate, banche e ricercatori. A quale scopo? L’obiettivo è di migliorare la vita quotidiana attraverso delle soluzioni sostenibili integrate efficacemente nel tessuto sociale della città, risolvendo problemi e criticità specifiche del posto. È chiaro, quindi, che ogni smart city è differente: lo scopo comune è lo stesso, ma le dinamiche con il quale è sviluppato non possono non tenere conto della storia della singola città.

 

5G: Stato dell’arte

Un pilastro portante delle smart city, quantomeno a livello tecnologico, sarà il 5G che presto sarà attivo in Italia nelle principali città.

 

Ma che cos’è di preciso il 5G? Spesso si legge che l’innovazione apportata da questa tecnologia interesserà esclusivamente la mobilità. Tuttavia, si tratta di una vera e propria rivoluzione delle connessione di rete, che andrà ad aumentare notevolmente la capacità di sviluppo dell’IOT (internet of things).

 

Rispetto al 4G, il 5G permette una maggiore velocità, con proiezioni che prospettano di arrivare ai 100 gigabit al secondo entro il 2025. Per fare un rapido confronto con le reti attuali, basti pensare che, ad oggi, si è riusciti ad ottenere al massimo una velocità di 2 gigabit al secondo. Questa evoluzione permetterà lo streaming in 8k e, tra le altre cose, la condivisione della rete in maniera decisamente più vantaggiosa ed efficiente.

 

Un altro aspetto interessante del 5G è sicuramente la minore latenza, che tenderà allo zero dopo una breve fase di lancio iniziale. Ciò favorisce la diffusione di contenuti in diretta e ad alta risoluzione, lo sviluppo di robot e vede anche numerose applicazioni in campo medico (telemedicina).

 

Startup a livello globale

Trattandosi di tecnologie ancora in fase di sviluppo, è normale che il mondo corporate stia puntando moltissimo su questo settore. Nuove startup in ambito smart city nascono praticamente ogni giorno, ognuna di queste animata dal desiderio di imporsi sul mercato il prima possibile come il caso di JMA Wireless e MetaWave.

 

La prima azienda si occupa di risolvere alcune criticità del 5G, attraverso l’utilizzo di raggi mmWave per la creazione di antenne. Le piccole cellule proprietarie sembrano essere l’ideale per ambienti come uffici, aeroporti ed altre aree che possono trarre vantaggio dalla nuova rete, ma che possono presentare dei problemi di diffusione. 

 

MetaWave, invece, si occupa di un campo estremamente affascinante, quello della guida autonoma. Il settore necessita ancora di una connettività veloce e che possa dare dei feedback in real time, al fine di garantire la sicurezza e la scorrevolezza del traffico. Attraverso l’uso di “meta strutture”, capaci di manipolare le onde elettromagnetiche ed offrire performance migliori rispetto ai classici circuiti, la startup punta allo sviluppo di una propria intelligenza artificiale in grado di portare la guida automatica al livello successivo.

 

Startup italiane

A livello nazionale ci sono varie iniziative, pronte ad implementare il 5G nelle città d’Italia, per entrare in maniera efficace all’interno del mercato, il mondo delle startup italiane che opera nello sviluppo di applicazioni per smart city è sicuramente in espansione.

 

Da segnalare, è il bando “Action for 5G”, dedicato alle startup e PMI che vogliono contribuire con le loro idee innovative allo sviluppo del 5G in Italia.  Ad esempio, tra le startup Italiane, c’è weAR, società fondata da Emanuele Borasio e vincitrice proprio di “Action for 5G”, che permette alle aziende di creare in maniera autonoma manuali ed istruzioni d’uso interattivi basati sulla realtà aumentata. Nel futuro più prossimo, consultare informazioni “in 3D” e aggiornabili in maniera dinamica attraverso un visore, sarà di agevole uso per molte aziende.

 

Conclusione

In un momento in cui si è ancora molto concentrati sulla tecnologia e sull’uso che questa ha come fattore abilitante, diventa importante sapersi focalizzare su come questa possa essere utilizzata per produrre risultati e ritorni alle aziende e alle persone. Se da un lato, la possibilità di interazione apre definitivamente lo scenario all’implementazione e realizzazione di città smart, dall’altro, è tutta l’industria che potrebbe ottenere grandi benefici dal poter portare in azienda un modello che ne possa spingere ancora di più la possibilità di automazione. Un altro grande valore sta nella possibilità offerta dalla grande quantità di dati che si andrà a generare attraverso il 5G e su come questi potranno essere a supporto di decisori aziendali e pubblici.

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Come le startup di Intelligenza Artificiale stanno definendo il loro confine con l’ Etica

È SenseTime la startup di Artificial Intelligence con la più alta quotazione nel mondo. Nata ad Hong Kong nel 2014 , all’interno del dipartimento di Ingegneria informatica della medesima università, ha già raccolto 2.6 Miliardi di dollari e si sta apprestando ora, secondo bloomberg, ad avviare un altro round di 2 miliardi attraverso degli innovation advisor. L’obiettivo è diventare una piattaforma di open innovation nazionale per la prossima generazione di tecnologie di intelligenza artificiale sulla “intelligent vision”. Il focus di SenseTime è, infatti, quello della “facial recognition”, cioè l’utilizzo di algoritmi in grado di identificare e di leggere volti e/o oggetti. La velocità di identificazione e il numero di oggetti in grado di essere processati deve raggiungere grandi masse, così da essere poi in grado sia di condividere quei dati con soggetti interessati (in particolare decisori pubblici, ricercatori healthcare e retailer), sia di avere una base valutativa e formulare commenti e decisioni. Questo modello di AI e Big data apre quindi molte delle grandi sfide mondiali: dalla guida autonoma alle identità digitali, dalla cybersecurity alla manutenzione predittiva.

Parallelamente ai grandi investimenti che si stanno effettuando in Cina, anche gli Stati Uniti portano avanti e sfruttano la grande trasversalità della tecnologia. Tra le startup più finanziate c’è C3, che opera come Paas (platform as a service), in maniera tale da poter fungere da abilitatore per chiunque abbia necessità di sviluppo di IA, Big Data o Algoritmi di Intelligenza Predittiva.

Tuttavia, il grande tema globale sull’ Intelligenza Artificiale rimane l’eticaWired riportava, qualche tempo fa, i due problemi da affrontare: quello delle “black box” e quello del pregiudizio dell’algoritmo. Il primo riguarda l’apprendimento automatico che l’algoritmo avvia una volta impostato un sistema di “machine learning”: i dati di apprendimento diventano talmente tanti che risulta impossibile seguire il perché di ogni acquisizione e di conseguenza comprenderlo. Il pregiudizio, invece, riguarda discriminazioni che gli algoritmi compiono su alcune categorie: ad esempio, diversi algoritmi di riconoscimento facciale identificavano meno persone di colore e commettevano più errori, di fatto, discriminandole.

Ed è L’Europa che, su questo tema, sta cercando di mettere la testa avanti, avendo presentato nel 2018 un piano di investimenti di 1,5 miliardi con l’obiettivo di muoverne altri 20 attraverso i privati. Inoltre, proprio su questo verticale tecnologico si sta creando un laboratorio congiunto europeo (Ellis, European Laboratory for learning and Intelligent Systems). Tutto per avere una società maggiormente sensibile alla privacy, argomento già in attuazione attraverso la GDPR.

Tra le startup Europee di Intelligenza Artificiale, da segnalare Meero, che utilizza l’AI per ottimizzare la resa delle immagini, accorciando in maniera esponenziale i tempi che invece sono richiesti per il ritocco di documentazioni visive digitali. Anche in Nuvolab si sta investendo sullo sviluppo di progetti di co-creazione che hanno al centro competenze di AI: Mapadore, la startup che ottimizza il costo degli spostamenti per il sales, è stata citata da poco nel case study di Salesforce a Londra per la sua collaborazione con Supersolar.

La formazione dei centri di competenza quindi diventa cruciale per far evolvere i progetti tecnologici e creare dei canali di dialogo. Possono e devono esserci, sopratutto nei progetti altamente innovativi di una startup, delle competenze “chiave”  molto profonde. È necessario pertanto che questo dialogo  sia sempre trasversale e faccia in modo che il centro di competenza possa interfacciarsi anche con le aree “non-tech”, così da migliorare al massimo la comunicazione di prodotto, e, sulla base di ciò, fare evolvere la tecnologia nel modo migliore possibile, tecnologia che in Europa, con grande probabilità, si svilupperà rispettando l’etica e la privacy.

Se hai un progetto basato su AI oppure se sei interessato a valutare l’implementazione di progetti di intelligenza artificiale, puoi saperne di più qui.

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Come sviluppare un progetto di intelligenza artificiale in azienda

L’intelligenza artificiale è un tema molto discusso oggigiorno. Innanzitutto, bisogna capire che esistono diverse tipologie di IA. Ma prima ancora, è necessario fare un ulteriore passo indietro e chiedersi che cosa sia, in concreto, l’intelligenza artificiale.

L’IA può essere definita come un insieme di tecnologie avanzate che permettono alle macchine di imitare l’intelligenza umana.

L’intelligenza artificiale forte, chiamata anche IA generale, è un sistema in grado di svolgere tutte le funzioni intellettive umane. L’intelligenza artificiale debole, o narrow, invece, si concentra su task ben precisi, come il riconoscimento di immagini o di suoni ed è, pertanto, più limitata rispetto all’IA generale.

Al giorno d’oggi, l’intelligenza artificiale ha sempre più attenzione mediatica ed attira l’interesse delle aziende, che vedono forse per la prima volta il potenziale pratico dell’IA come soluzione definitiva ai loro gap aziendali.

Tuttavia, prima di seguire gli ultimi trend sull’IA bisogna capire da dove partire e questo richiede un importante lavoro di analisi, che va svolto prima di sviluppare qualunque software. In particolare, ci sono 4 aspetti da considerare: strategia, competenze, soluzione tecnologica e grado di consapevolezza. Vediamole assieme.

 

Strategia

“Se non sai dove stai andando, arriverai da nessuna parte molto in fretta”. Questa massima si applica bene al mondo dell’IA. È fondamentale capire perchè si sente la necessità o il desiderio di integrare il proprio ecosistema d’impresa con un’intelligenza artificiale. È per aumentare il fatturato? Per sollevare i dipendenti da alcuni lavori tediosi o per snellire il processo di comunicazione interna? Qualunque sia la risposta è essenziale conoscerla prima di cominciare il lavoro di sviluppo, in modo da operare poi con consapevolezza.

 

Competenze

Sviluppare un sistema di IA può essere estremamente complicato e richiede un grande sforzo di risorse umane. È importante appoggiarsi a dei professionisti del campo, come informatici e data scientist perché le hard skill sono necessarie, ma non costituiscono l’unico elemento per il successo dell’ IA. Al contrario, le soft skill, rappresentano un momento importante sul quale soffermarsi durante il processo di sviluppo dell’IA. 

 

Soluzione tecnologica

In seguito, è il momento di mettersi all’opera per scegliere una soluzione tecnologica che possa avere senso all’interno della propria azienda.

Un esempio pratico, può sicuramente essere d’aiuto. Immaginiamo di voler creare uno strumento che permetta di ottimizzare la gestione del cliente in un customer care. Valutare una serie di soluzioni tecnologiche sulla base della value proposition di una startup non aiuterebbe a stringere il focus in questo caso. Costruire dei POC, e valutare l’impatto che questi possono avere a livello di potenziale innovativo (in relazione all’azienda) ed impatto (sempre in relazione all’azienda) che la soluzione tecnologica possiede, definisce un brief per passare poi al passo successivo. Inoltre, ciò consente di capire su quale team affidarsi ed il relativo grado di personalizzazione che quella soluzione può raggiungere se combinata con le necessità aziendali.

 

Consapevolezza

Per poter integrare con efficacia un’IA in un sistema d’impresa è necessario possedere una certa apertura mentale, in grado di comprendere il potenziale ed i limiti dell’intelligenza artificiale. L’impatto dell’IA può essere trasversale, andando ad interessare campi inaspettati.

Ecco perché capire quali aree aziendali verranno toccate, permette di predisporre un piano di risposta valido che può prevedere della formazione per creare coscienza tra i dipendenti, un affiancamento per la messa a terra pratica del lavoro o anche una costante valutazione dei risultati economici che si stanno ottenendo.

 

Sviluppare questi punti in maniera personale, adattandoli alle proprie esigenze aziendali è un valido inizio per la creazione ed integrazione di un sistema di IA.

 

In sintesi, ecco cosa è fondamentale tenere a mente, nel momento in cui si decide di lanciarsi nello sviluppo di progetto basato sull’ intelligenza artificiale:

 

  1. Legare l’implementazione ad un obiettivo. La strategia deve essere definita fin da subito in maniera chiara. Per obiettivo, è bene precisare, non si intende solamente un risultato economico. L’intelligenza artificiale, essendo appunto un’intelligenza, è in grado di aiutare l’azienda in moltissimi ambiti e contribuire in numerosi campi. Dallo snellire un processo di comunicazione interna fino alla misurazione di KPI interni: l’importante è sapere la funzione dell’IA in uso.
  2. Approcciare il mondo dell’IA con una mentalità aperta. Trattandosi di un ambiente in continua evoluzione è essenziale aprirsi a questo con occhi diversi, valutando anche soluzioni meno convenzionali.
  3. Dare spazio alle competenze. Sviluppare un sistema di intelligenza artificiale richiede, come abbiamo visto, importanti risorse umane. Ecco perché è fondamentale costruire un centro di competenze dedicato, che possa operare con una visione di medio termine e che sia in grado di sviluppare abilità decisionali allo svilupparsi dell’IA.

Infine, in una fase iniziale, nella quale può risultare difficile orientarsi nella maniera corretta, consigliamo di affidarsi a dei consulenti esterni di innovation advisory, al fine di costruire un percorso condiviso di accesso, valutazione e implementazione delle possibili soluzioni tecnologiche.

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Come il “Collaborative Rainmaking” aiuta lo sviluppo dei progetti d’innovazione

È notizia di qualche giorno fa l’investimento seed fatto da MobilityUp in Mapadore, la startup che porta l’intelligenza artificiale al servizio del sales. Contestualmente a questo, è stata sancita una joint venture, per mettere a sistema le competenze che Mapadore è in grado di offrire con le opportunità che Nuvolab e MobilityUp possono aggiungere in quanto venture accelerator. Il percorso di accelerazione di Mapadore in Nuvolab è iniziato meno di un anno fa: il sodalizio è stato voluto in virtù dei continui impatti che l’AI sta avendo in maniera  sempre più pervasiva su tutte le industrie. Secondo Harvard Business Review Italia, infatti, la spinta che l’AI porterà nell’ economia sarà poderosa. Dall’ altro lato però, l’Europa risulta essere indietro su questo tema rispetto a Nazioni come Cina e Stati Uniti.

 

Inguscio Bosio Nuvolab Mapadore

Francesco Inguscio, Ceo e Founder Nuvolab, con Fabrizio Bosio, Ceo e Founder Mapadore.

 

L’investimento seed è stato raggiunto grazie ad un importante lavoro di co-creazione, tra i 3 soggetti coinvolti, cioè Nuvolab, MobilityUp e la stessa Mapadore. Noi lo chiamiamo “Collaborative Rainmaking”, ovvero la capacità di lavorare in maniera congiunta su progetti d’innovazione di medio-lungo periodo, allineando best practices e modelli di business differenti, ma complementari all’ interno di un arco temporale lungo. In questo modello, soggetti che potrebbero essere visti come competitor (ad esempio come MobilityUp, acceleratore verticale sul settore della mobilità), all’interno di una programmazione chiara, definita e condivisa, diventano coopetitor, partner con i quali condividere un percorso innovativo. È questa capacità di coniugare interessi diversi e congiungerli verso un’opportunità comune che ci permette di accelerare lo sviluppo di startup e fungere da “punto d’innovazione” per vari stakeholder, che siano persone interessate, partner o possibili competitor.

 

“Se vuoi andare veloce corri da solo, se vuoi andare lontano corri assieme ad altri”

 

 

I progetti di innovazione attraverso co-creazione rappresentano uno dei  punti di congiunzione per chi si lavora come “Innovation Advisor”, ovvero chi ha  la capacità aiutare ‘’le aziende grandi ad essere innovative’’, unendo competenze e capacità di execution. Se da un lato si aiutano startup promettenti ad accelerare il loro percorso, attraverso nuovi clienti o finanziamenti, dall’altro si deve essere in grado di fornire ad aziende interessate soluzioni innovative da integrare nelle Product e Technology Roadmaps, lavorando su obbiettivi comuni che partono da una strategia di innovazione condivisa e costruita insieme.

Se ti stai approcciando per la prima volta a questo mercato, oppure se hai bisogno di approfondire la tua conoscenza, quello che ti consigliamo all’ interno di un progetto di co-creazione è:

  • Dai grande importanza al setup: una strategia d’innovazione chiara, condivisa e socializzata è il primo passo per un’ execution di qualità
  • Valuta con mente aperta: se stai andando ad innovare, probabilmente avrai bisogno di competenze esterne. Valuta tutti i potenziali stakeholder, e non chiuderti opzioni che potresti trovare non percorribili, come il coinvolgimento dei tuoi competitor
  • Appoggiati a un team competente: che sia un team interno, o dei consulenti esterni, inizia ad affidarti a chi conosce le dinamiche d’innovazione. Pensa ad internalizzare il tutto una volta che hai un metodo chiaro. Nel  mentre, investi le prime esperienze in sperimentazioni.

Se sei interessato a parlare di innovation management e delle sfide del futuro in ambito innovativo, saremo più che felici di ascoltare le tue strategie e le relative sfide: contattaci qui.

 

 

 

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Le startup faticano a trovare risposte

15 dicembre 2018 – Una riflessione del CEO di Nuvolab, Francesco Inguscio, sul Corriere della Sera: le startup oggi faticano a trovare risposte anche perchè mancano “i corpi intermedi” che aiutano le realtà innovative ad entrare sul mercato.

I “corpi intermedi” sono quelle associazioni di categoria che dovrebbero catalizzare l’innovazione e favorirne l’adozione in tutte le aziende associate.

Ma non è così oggi in Italia.

Questi soggetti pagano lo scotto di strutture rigide, autoreferenzialità e gap tecnologico rispetto ai competitor europei. La tecnologia oggi potrebbe effettivamente far fare alle associazioni di categoria un balzo qualitativo sia sul piano della velocità di erogazione di alcuni servizi, sia sul piano della “scalabilità” dell’offerta. Basti pensare ai temi legati alla propagazione delle informazioni utili agli associati o al matching di business tra realtà innovative e realtà che cercano innovazione.

I casi di successo ci sono: MCE4X4 organizzato da Assolombarda grazie al nostro supporto, ad esempio. Ma anche attività formative e di aggiornamento per gli imprenditori organizzate da Confindustria o momenti di matching tra imprese sponsorizzati dalla Camera di Commercio di Milano. Sono solo alcuni esempi che mostrano come la tecnologia e une revisione strutturata dei processi possono effettivamente garantire un valore aggiunto tangibile per gli associati, che possono così vivere le associazioni di categoria come vero “salotto dell’innovazione” nel quale sentirsi a proprio agio nell’incontrare e progettare le aziende del futuro.

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Rider, la proposta di This is Not a Sushi Bar: «Credito d’imposta per i ristoranti che li assumono»

Il tema dei rider e delle loro tutele continua a tenere banco nel dibattito pubblico. Una norma doveva essere inserita nel “decreto dignità”, poi il ministro del lavoro Luigi Di Maio ha congelato la proposta attendendo i risultati di un tavolo di trattativa fra le piattaforme di consegna, i “fattorini digitali” e le organizzazioni sindacali.

Ma in questo dibattito un attore sembra essere rimasto fuori campo: i ristoratori, cioè proprio quelle imprese che si affidano alle piattaforme per affinché portino i pasti a casa dei clienti. A dar loro voce per la prima volta è This is Not a Sushi Bar, la catena milanese di sushi a domicilio che sta anche sotto l’ombrello della tribù di Nuvolab. In una lettera aperta al ministro Di Maio, This is not a sushi bar lancia la sua proposta: un credito d’imposta ai ristoratori per incentivare l’assunzione dei rider.

«I ristoratori –  spiega Matteo Pittarello, Presidente di This is not – potrebbero delinearsi come la soluzione ai problemi al centro del dibattito di queste settimane. La nostra proposta prende le mosse dalla consapevolezza che i ristoratori italiani, circa 330 mila a fronte di poche decine di piattaforme di delivery, hanno la possibilità, e spesso l’interesse, di assumere personale qualificato per le consegne al fine di migliorare il proprio servizio».

Se solo il 10% delle attività assumesse una persona, verrebbero a crearsi 33 mila nuovi assunti, circa tre volte quelli attualmente impiegati nelle piattaforme nei grandi centri urbani. Un modo per aprire il mercato del food delivery anche ai piccoli centri.

Proprio il delivery è il perno del business model della catena milanese, attiva dal 2007, prima realtà a scommettere in Italia sulla consegna a domicilio della cucina giapponese. Pur contando cinque ristoranti adibiti anche al consumo sul posto, il 90% del giro d’affari è rappresentato dal delivery. La catena è dotata di una squadra di consegnatori regolarmente assunti e ha sviluppato internamente un software per la gestione degli ordini e l’analisi dei dati integrabile con le maggiori piattaforme di delivery.

«Con le agevolazioni e la conseguente regolarizzazione del lavoro – conclude Pittarello – si prospettano un aumento del tasso di occupazione regolare e il recupero di parte del nero prodotto dal settore. Il Ministro ha la possibilità di dimostrare che è arrivato un cambiamento nella gestione delle problematiche più complesse e inedite del mondo del lavoro in Italia».

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Il Report sulla Digitalizzazione delle Startup Italiane 2017 – Seconda Edizione

In un contesto in cui le startup producono innovazione da immettere sul mercato globale, è impensabile pensare di “saper fare, senza far sapere”. Innovare il mercato non significa solo creare qualcosa (prodotto o servizio) che prima non c’era. Significa soprattutto introdurre sul mercato un prodotto o servizio che un potenziale cliente è interessato e disposto ad acquistare ed utilizzare. E il primo modo che ci viene in mente per far conoscere i nostri prodotti o servizi ai nostri clienti è il canale web, in primo luogo tramite il sito web della startup, che è il canale privilegiato da usare per chi ha un business model scalabile.

Il secondo report di Instilla sul livello di digitalizzazione delle startup italiane, a distanza di quasi un anno e mezzo dal primo, mette in luce una situazione non incoraggiante.

Le startup che hanno un effettivo sito funzionante sono, infatti, meno del 50%. Di questo 50%, peraltro, sono pochissimi quelli che rispettano i parametri minimi di ottimizzazione SEO. Ciò significa che chi “fa trovare” la propria innovazione al mercato si può contare in poche decine di startup (circa 100) su quasi 7.600 startup iscritte al registro delle startup innovative.

Una situazione che, probabilmente, dipende da diversi fattori tra i quali:

  1. Una ridotta consapevolezza dei canali digitali e un loro presidio ridotto da parte delle startup innovative italiane.
  2. Una limitata capacità tecnica per le startup che sono consapevoli dell’importanza di questi canali e li vogliono presidiare.
  3. Una tasso di “abbandono” delle attività imprenditoriali (incluso il fatto di mettere offline il proprio sito web o comunque non curarlo più) molto più alto nella “sostanza” rispetto a quanto emerga da una verifica “formale” sul registro imprese (stante i dati sulla bassa mortalità media delle startup italiane).
  4. Un limitato livello di competenze digitali dei professionisti (a cominciare dalle web agency a cui le startup si affidano per la realizzazione dei propri siti) a cui questa startup si affidano.

Probabilmente tutti questi assunti sono veri, ogni startup ha la propria storia e i propri vissuti e i propri più o meno buoni motivi per non curare la propria presenza digitale. Ma il mercato non perdona. E se si sceglie di essere “rilevanti” significa essere consapevoli che la propria startup DEVE avere una presenza on-line studiata, aggiornata e curata.

Banalmente, quando con Nuvolab facciamo attività di scouting tecnologico per i nostri partner corporate attingiamo dai nostri database interni, integrandoli sistematicamente  con ricerche mirate on-line. Potrebbero esserci iniziative straordinarie sul mercato, ma se non curano la propria presenza digitale riducono enormemente le possibilità di essere trovati.

Il report di Instilla rappresenta per noi un punto di partenza utile per comprendere meglio l’ecosistema startup italiano. Questo vuole essere lo stile con cui crediamo si debba portare valore al mondo dell’innovazione: con delle metriche e dei dati che ci permettano di avere una base analitica da cui partire per sviluppare considerazioni e trarre conclusioni. Probabilmente la metodologia alla base del report potrà essere migliorata ancora in futuro, ma, quantomeno, rappresenta un punto di partenza da cui cominciare la discussione.

In generale, un approccio data-driven e trasparente verso i risultati operativi permette di progettare consapevolmente una strategia più di alto livello utile a portare risultati economici di cui andare fieri. Un report di questo tipo, infatti, ci aiuta a capire dove possiamo migliorare come ecosistema.

Nella sezione dedicata ai facilitatori si vede che le startup seguite da soggetti abilitatori come incubatori, acceleratori e investitori registrano performance on-line migliori rispetto a quelle non seguite. Nuvolab stessa, però, dal “basso” della sua sesta posizione è consapevole che nessuno è perfetto ma tutti siamo perfettibili.

Abbiamo di fronte tanto lavoro, quindi, per noi e per le nostre startup perché, come detto all’inizio, non può esserci solo il “saper fare”, ma anche il “far sapere”!

Come alcune delle persone che ci seguono ci hanno fatto notare, abbiamo iniziato questo 2018 cercando di raccontare di più e meglio quello che Nuvolab e la sua Tribù sta facendo, a beneficio di una migliore percezione dell’ecosistema innovazione italiano. Questo report vuole essere, quindi, un primo passo per un modello informativo (e informato) concentrato sui dati e non “solo” sulle opinioni.

Ci aspettano “tante storie” e “tanti numeri” da raccontare sul Collaborative Rainmaking per migliorare le metriche di questo report e dei molti altri che verranno.

Buon Rainmaking (data driven) a tutti!

Nunzio Martinello Nordest Millenial

Nordest e Millennial, quel che non piace del Veneto ai giovani

Mobilità, divertimento e presenza di limiti culturali: ecco i punti più critici del Nordest quando si tratta di attrarre giovani in quella zona d’Italia.

Il nostro Nunzio Martinello, CEO di Noonic, in un bell’editoriale su Corriere Innovazione, tocca con decisione quelli che secondo lui sono gli aspetti più critici del Triveneto, descrivendo il Nordest come un’area dall’alto potenziale ma con delle mancanze in termini di visione collettiva e rappresentanza politica. Il mercato del divertimento e dell’intrattenimento giovanile è, effettivamente, un settore che può trainare fortemente lo sviluppo economico di una città, soprattutto se costruito su dinamiche sostenibili e supportato da una serie di servizi al cittadino indispensabili per garantire accessibilità e tranquillità ai giovani. Si parla, ad esempio, di mobilità e sicurezza, due temi imprescindibili in un’ottica di vivibilità dello spazio pubblico da parte dei millennials.

Dinamiche di questo tipo non solo garantiscono un miglioramento dell’attività sociale e del tempo libero, ma rendono indubbiamente più attrattivo un territorio anche sul piano professionale. In parte è a queste visioni lungimiranti che Londra deve la sua attrattività verso i giovani professionisti. Un ambiente urbano aperto, dinamico, fruibile e culturalmente contaminato.