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L’industria del fashion tra presente, futuro e startup

Il settore della moda gioca, da sempre, un ruolo importante nell’economia italiana. Quella che per i non addetti ai lavori può apparire come un’industria “secondaria”, rispetto ad altre sezioni di mercato, è in realtà uno dei pilastri portanti del benessere del nostro paese. Come venture accelerator da alcuni anni abbiamo iniziato ad approcciare a questa industria, in quanto chiave di sviluppo anche per l’ecosistema delle startup.

Il settore della moda, infatti, è responsabile del 4% del PIL totale della penisola, apportando un fatturato di 66,1 miliardi di euro l’anno, secondo i dati forniti da Mediobanca. Tuttavia, non è solo la dimensione di questa industria ad attirare gli occhi di imprenditori ed investitori. C’è, infatti, un altro dato sul quale è importante concentrarsi: la crescita. Questo perchè nel quinquennio che va dal 2012 al 2016, il settore moda ha visto un aumento di fatturato del 23,3%, ben superiore al 6,6% della manifattura italiana[1].

Ad essere interessate da questo rialzo importante sono state soprattutto le grandi imprese storiche. Ad esempio, Luxottica, Prada ed Armani hanno avuto una crescita del 18,6% in soli cinque anni. L’espansione è stata accompagnata anche ad un aumento notevole del personale impiegato in questo settore, con un tasso di assunzione positivo del 21%; per avere un’idea dell’imponenza dell’industria della moda, si pensi che le 15 aziende più grandi in questo ambito contano un totale di oltre 300.000 dipendenti[2].

L’espansione e la crescita catturano facilmente l’attenzione di giovani imprenditori, startup ed investitori, che al giorno d’oggi vedono in questo campo un mare magnum di opportunità, nel quale operare e portare alla luce le proprie idee creative. Tuttavia, non è tutto rose e fiori: le sfide e le criticità dell’industria non sono affatto da sottovalutare e richiedono un’attenta analisi e valutazione da parte di coloro che decidono di addentrarsi oggi in questa avventura.

 

Uno sguardo al futuro

Come viene riportato in un interessante articolo proposto da Il Sole 24 Ore[3], gli anni che verranno porteranno delle novità rilevanti all’interno del settore del fashion.

Principalmente sono  tre gli aspetti che, ad oggi, sembrano giocare un ruolo importante nello sviluppo dell’industria della moda: la self-disruption, l’avanzamento del digitale e la sostenibilità. Il primo fa riferimento ad un fenomeno in atto da ormai qualche semestre. I brand tradizionali, infatti, stanno trovando l’esigenza di rivedere i propri modelli di business e la propria offerta, per poter assecondare le nuove richieste di mercato. Ciò è da imputare ad un calo della fedeltà dei consumatori nei confronti dei marchi e alla loro propensione alla ricerca di una continua novità. Ecco, allora, che i piccoli brand emergenti si trovano, tutto d’un tratto, a rappresentare un degno avversario (e in alcuni casi una vera e propria minaccia) per le aziende storiche. Adattare la propria strategia ed essere flessibili è oggi imprescindibile, anche per i marchi più popolari del settore. L’avanzamento del digitale, poi, aggiunge un ulteriore livello di complessità. Gli operatori e-commerce, infatti, al fine di catturare l’interesse di quanti più marchi possibile, sono costretti ad una continua e progressiva innovazione, sviluppando servizi a valore aggiunto sempre nuovi. Ciò porta all’emergere di un ecosistema estremamente competitivo, dove la sopravvivenza di un’azienda non è data solamente da una forte presenza di mercato, ma anche e soprattutto dalla sua capacità di interfacciarsi al settore in maniera specifica, facendo investimenti ed acquisendo realtà minori, secondo un’attenta strategia di sviluppo interno.

Infine, una delle criticità che il settore del fashion si trova a dover affrontare è sicuramente quella della sostenibilità. Si conta, infatti, che l’industria del tessile consumi 26,4 trilioni di litri d’acqua ogni anno; una quantità davvero importante, soprattutto se letta alla luce di un altro dato, quello relativo agli sprechi.[4] Abbiamo visto come la clientela sia, oggi più che mai, alla continua ricorsa dei trend e “dell’ultima moda”. Questo comporta la necessità di un repentino incremento della produzione, una volta che un determinato oggetto attira l’attenzione del grande pubblico. Spesso, però, proprio la rapidità dell’evoluzione di un trend non permette lo “smaltimento” di tutti gli esemplari di un modello, risultando in un problema di sovrapproduzione non indifferente. Per fare un esempio, il brand di lusso Burberry, nel 2017, si è trovato con l’equivalente di 36 milioni di dollari di prodotti invenduti, proprio per via di questa inclinazione frenetica del mercato.  Le proiezioni di questa tendenza non sono affatto positive. Le statistiche parlano chiaro: se si continuerà su questa rotta, entro il 2050, l’industria del fashion arriverà a consumare un quarto del carbonio totale disponibile, andando ad intaccare la sopravvivenza di altri mercati. Ecco, allora, che in un ambiente simile si celano numerose opportunità per imprenditori ed investitori, che con occhio attento possono scovare o ideare progetti che favoriscano una maggiore sostenibilità del settore, permettendo una crescita continua, ma limitando gli effetti collaterali.

 

Il futuro è di chi comprende il presente

Dopo aver visto quelli che sono i trend dell’industria della moda, una domanda sorge spontanea. In tutto questo, quale ruolo possono ricoprire le startup che decidono di entrare nel fashion?

Potrebbe venire spontaneo immaginare che le grandi aziende, ormai, assorbono tutto il potenziale economico dell’industria, eppure non è così. Certo, il creativo che, chiuso nella propria stanza, si mette a produrre capi ed accessori, sperando di poter un giorno entrare tra i grandi nomi della moda, risulta essere un modello un po’ superato. Tuttavia, le prospettive sono più che rosee per chi riesce a comprendere e far propria la direzione di questo settore.

La tecnologia è, oggi, sempre più utilizzata anche per la realizzazione della parte creativa, tramite l’uso di intelligenze artificiali e software dedicati. Diventa, quindi, importante acquisire conoscenze anche nell’ambito della programmazione e dello sviluppo di applicazioni, che facilitino poi il processo di “produzione della novità”. Il designer, oggi (e domani sempre di più), non è più (o meglio, solamente) la persona, ma (anche) l’IA. A favore di questa nostra tesi si possono citare, a titolo d’esempio, collaborazioni tra brand ed aziende tech, come quella avvenuta nel 2018 tra Tommy Hilfiger e IBM.[5]

 

Conclusione

Tirando le somme di questo nostro discorso, possiamo affermare che il focus dell’industria del fashion si sta spostando dal servire un mercato globale, verso la ricerca di metodi di creazione e produzione che siano smart e più sostenibili sul lungo periodo. È proprio in questi due ambiti che si concentrano le maggiori opportunità per gli appassionati del settore.

Nuvolab, svolgendo il ruolo di venture accelerator, si occupa di sostenere ed accelerare lo sviluppo di startup e nuovi progetti nei diversi ambiti dell’economia italiana, tra appunto cui anche il fashion. Proprio in questo settore, Nuvolab  sta accelerando Design Italian Shoes (DIS), il brand che digitalizza il piccolo artigianato in chiave industria 4.0, per proporre sul mercato un modello di business in grado di produrre calzature just-in-time in relazione alla specifica domanda del cliente. Inoltre, fa parte del portfolio di Nuvolab anche Design Wanted, una piattaforma internazionale orientata alla promozione dei migliori talenti nel design, nell’architettura e nella tecnologia, facendo leva su una community composta da più di 600.000 persone.

Scopri di più sull’ecosistema di Nuvolab

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[1]    https://www.ilsole24ore.com/art/la-moda-italiana-vale-4percento-pil-ma-cresce-meno-griffe-francesi-AEtYT1zD

[2]    https://www.ilsole24ore.com/art/la-moda-italiana-vale-4percento-pil-ma-cresce-meno-griffe-francesi-AEtYT1zD

[3]    https://www.ilsole24ore.com/art/ecco-come-sara-2019-moda-crescita-non-omogenea-india-e-digitale-fattori-strategici–AEXORYpG

[4]    https://www.cbinsights.com/research/fashion-sustainable-technology/

[5]    https://www.cbinsights.com/research/fashion-tech-future-trends/

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Quali sono i passaggi per il lancio di una startup digitale?

L’ingresso di internet nella quotidianità ha portato ad un aumento significativo delle aziende che operano esclusivamente nell’ambito digitale. Saas, piattaforme di varia natura, social network, applicazioni e videogiochi sono, al giorno d’oggi, dei settori all’interno dei quali l’imprenditoria è molto presente. Questo, essenzialmente, per un motivo di fondo non da poco: la limitata presenza dei costi di produzione del prodotto. Infatti, se si pongono su una bilancia software e hardware, possiamo velocemente dedurre come il peso delle spese faccia abbassare maggiormente il secondo piatto rispetto al primo.

Questo spostamento sugli investimenti in nuova tecnologia, ha portato l’ ICT ad essere molto più trainante di industrie tradizionali e strategiche per molti settori chiave dello sviluppo economico. Quello che inizialmente poteva essere visto come una fase dell’era successiva alla diffusione di massa di internet, oggi costituisce uno dei settori di sviluppo più interessanti dell’economia, almeno di quella tecnologica. Ciò ha portato personaggi come Marc Andreessen, noto venture capitalist internazionale, ad affermare addirittura che “software is eating the world”.

Ma cosa si intende con questa espressione? Andreessen, essenzialmente, vuole portare all’attenzione il fatto che questo cambiamento in atto non è solamente un passaggio obbligato, ma una vera e propria chiave di volta nei campi dell’economia e della tecnologia. Dopo tutto, sembra essere un processo sensato, dato che oltre 3 miliardi di persone sono oggi connesse alla rete.

Ecco quindi che il mondo delle startup digitali assume un ruolo centrale nella nascita e nello sviluppo di nuovi venture. Inoltre, studiare la fase di lancio di queste startup ci può essere molto utile per capire l’andamento del mercato e individuare quegli “early warnings” che si possono generare in seguito all’esplosione e alla crescita dell’eventuale azienda.

I vantaggi di una startup digitale

Essenzialmente, individuiamo 2 grandi fattori che favoriscono il mondo digitale rispetto a quello fisico, quando si parla di imprenditoria.

In primo luogo, un’azienda che opera in questo settore gode di una minore spesa nella produzione del prodotto finale. È chiaro ed intuitivo, infatti, che le spese da sostenere per la produzione di un software siano inferiori rispetto a quelle di un elettrodomestico o un cellulare. Già questo aspetto apre le porte del mercato a chi possiede un buon potenziale creativo, ma manca delle risorse per portare alla luce la propria visione.

Il secondo punto fondamentale a favore delle startup digitali è, senza ombra di dubbio, quello legato alla possibilità di crescita dell’azienda. Essendo “online”, le imprese che operano nel digital hanno potenzialmente accesso ad un bacino di clienti globale, che anche se abbraccia usi, costumi, etnie e culture diverse, ha numerosi punti di comunanza che ne permettono una più facile scalabilità rispetto al passato. Oltre all’ampiezza del mercato, anche la profondità gioca un ruolo da tenere in considerazione. I margini, infatti, sono spesso più alti rispetto a chi opera con prodotti fisici. Questo permette di scalare l’attività più velocemente, attraverso tecniche specifiche, come il “blitzscaling”.

Tenendo in considerazione questi due punti appare chiaro il perché il mondo stia andando con sempre più fretta verso un’economia integrata, dove il prodotto digitale e quello fisico operano quasi sempre in sinergia, con il primo che attiva una serie di innovazioni che permettono al secondo di rialimentarsi con nuove opportunità. O, in alternativa, il prodotto digitale va e si sviluppa da solo, generando una crescita che risulta essere tra le più alte nei vari settori economici.

Ma come si lancia una startup digitale?

Il percorso che viene seguito durante la fase di lancio di un prodotto “virtuale” non è poi così diverso da quello di un prodotto fisico. Esso si sviluppa in tre fasi.

In un primo momento, l’imprenditore ed il suo team si mettono al lavoro per profilare il pubblico potenziale e analizzare quali sono le caratteristiche del mercato. Quale mancanza c’è che può venire colmata con un prodotto digitale? A chi ci si rivolge come azienda? Quali informazioni si possiedono sul cliente medio del nostro settore? Rispondere a queste domande è un momento imprescindibile per poter avviare la propria startup con successo. Se questo lavoro non viene svolto per tempo o, come succede in alcuni casi, addirittura saltato, ciò che si rischia è di trovarsi a fare un lancio senza avere le idee ben chiare su quali siano le giuste strategie da attuare per poter ottenere il massimo risultato possibile. Dopo tutto, il marketing è il marketing e l’imprenditoria è l’imprenditoria: i prodotti sono secondari, il sistema con cui fare le cose rimane invariato.

Durante la seconda fase, ci si appresta a proporre al mercato il prodotto in questione. È questo il momento del lancio vero e proprio e richiede la capacità di capitalizzare sulle informazioni ottenute durante l’analisi del settore. Educare la clientela diventa fondamentale per poter catturare l’interesse del pubblico. Ciò può essere fatto attraverso campagne di marketing e digital pr mirate al raggiungimento e alla fidelizzazione del cliente.

Infine, non rimane che misurare ed analizzare il processo appena compiuto, attraverso la raccolta di dati che consentano di avere un quadro chiaro della situazione. Durante questa fase è molto importante tenere a mente il duplice aspetto legato al data analysis. Infatti, se da una parte questa risulta di assoluto rilievo per poter gestire al meglio le proprie risorse e limare nel dettaglio il business model e la propria presenza sul mercato, dall’altra non bisogna incorrere in un data overload.

Analizzare ogni singola metrica può essere paralizzante e rischia di fossilizzare l’attività. Al fine di evitare questo problema, è di assoluta importanza focalizzarsi su pochi e precisi dati che indichino effettivamente l’andamento dell’impresa. Di quali valori stiamo parlando? Sicuramente sono da tenere in considerazione il traffico verso la landing page, CTR, CAC, ritenzione del cliente e valore dello stesso lungo un arco temporale corposo.

Conclusione

A questo punto dovrebbe essere chiaro che, a conti fatti, il lancio di un prodotto digitale non è poi così diverso da quello di uno fisico. Importanti rimangono sempre le competenze applicate al marketing e alla gestione dei fondi, passando per le digital pr e la gestione del team. Ciò che fa veramente la differenza sono i tempi di go-to-maket, più brevi, e la possibilità di testare ed analizzare le informazioni raccolte, attraverso la data analysis.

Nuvolab, in quanto venture accelerator,  si occupa di aiutare le aziende a scalare il proprio business, lavorando insieme a startup che presentano già delle metriche di riferimento. In che modo? Collaborando insieme alle società che sono in portfolio al fine accelerare alcune delle fasi più importanti di sviluppo d’impresa, come la realizzazione e il monitoraggio di un Minimum Viable Product, sviluppato in collaborazione con la nostra accelerata Noonic.  Oppure, ottimizzando la fase di conversione dei clienti con tecniche di marketing e SEO, ambito in cui opera Instilla, agenzia specializzata in conversion marketing.

 

Scopri di più sul nostro ecosistema.

 

 

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Come gli innovation manager potranno contribuire allo sviluppo dell’ecosistema delle startup in Italia

È stato pubblicato il decreto del MiSE del 29 luglio 2019 che stabilisce i termini e le modalità di presentazione delle domande di iscrizione nell’apposito elenco dei manager qualificati e delle società di consulenza. 

I soggetti iscritti all’elenco potranno fornire alle imprese servizi di consulenza specialistica finalizzati a sostenere processi di innovazione negli ambiti della trasformazione tecnologica e digitale, nell’ ammodernamento degli assetti gestionali e organizzativi, e nell’ accesso ai mercati finanziari e dei capitali.

L’obiettivo di tale elenco è quello sostenere micro, piccole e medie aziende, o in alternativa reti di impresa, nell’ implementazione di progetti che facciano leva sulle tecnologie abilitanti la quarta rivoluzione industriale. L’apposito voucher sarà spendibile da coloro che vogliono realizzare progetti di trasformazione digitale avvalendosi di un consulente specifico per l’innovazione, l’innovation manager o innovation advisor.

Le tecnologie abilitanti individuate dal decreto sono:

  • big data e analisi dei dati;
  • cloud, fog e quantum computing;
  • cyber security;
  • integrazione delle tecnologie della Next Production Revolution (NPR) 
  • simulazione e sistemi cyber-fisici;
  • prototipazione rapida;
  • sistemi di visualizzazione, realtà virtuale (RV) e realtà aumentata (RA);
  • robotica avanzata e collaborativa;
  • interfaccia uomo-macchina;
  • manifattura additiva e stampa tridimensionale;
  • Internet of things;
  • integrazione e sviluppo digitale dei processi aziendali;
  • digital marketing e marketing automation;
  • programmi di open innovation;

La possibilità di lavorare con dei manager qualificati è sicuramente un buon punto di partenza per realizzazione di progetti pilota tra l’ecosistema italiano dell’innovazione e l’economia reale. Anche se il gap di competenze digitali e scientifiche non aiuta uno sviluppo coeso dell’ecosistema come sta avvenendo in altre regioni europee, Francia e Germania su tutte. Realizzare progetti innovativi non significa solo “digitalizzare” l’azienda, di per sè fondamentale; vuol dire anche indirizzare la crescita aziendale, innovando in maniera più profonda quel sistema di persone, processi e infrastrutture che costuiscono l’impresa consolidata.  Sarà quindi innovativa l’azienda in grado di instaurare collaborazioni efficaci per rinnovare non solo i propri processi e prodotti, ma anche i relativi modelli di business. In un momento storico dove l’innovazione aperta sta diventando uno dei 3 pilastri di sviluppo dell’ Unione Europea, migliorare la propria azienda diventa un fondamentale passo per allinearsi allo sviluppo globale. Questo viene confermato  anche attraverso dati diffusi dall’Unione Europea: le aziende che sperimentano l’innovazione vedono incrementare anche il proprio fatturato.

Innovare tuttavia non è un processo semplice, e molto spesso non è gestibile internamente a causa dell’alto rischio cui l’impresa dovrebbe farsi carico. Diventa quindi importante capire come sperimentare nuove soluzioni a vecchi problemi insieme ad un manager qualificato,  in grado di evitare la dispersione di nuove risorse investite.

Al fine di sostenere questi processi di rinnovamento e con lo scopo di contribuire allo sviluppo imprenditoriale italiano, da diversi anni lavoriamo insieme ad aziende ed istituzioni in qualità di innovation advisor,  attraverso un modello che lavora su due dimensioni: come venture accelerator facciamo crescere startup su  determinati verticali di interesse, come innovation advisor invece aiutamo le aziende ad innovare ed innovarsi, permettendo loro l’accesso a nuove competenze e opportunità. Il nostro modo di operare è riassunto nel rainmaking collaborativo: fare, far accedere l’innovazione e fare sviluppo imprenditoriale

I settori di riferimento sui quali ci piace lavorare sono legati alle 6F, simbolo delle aree di eccellenza dell’economia italiana: Food, Fintech, Future Mobility, Fashion, Forniture&Design e Pharma. 

Se sei un’azienda che vuole accedere a nuove competenze, idee o progetti da sviluppare con noi o insieme alle startup che abbiamo nel nostro portfolio, scrivici qui

 

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il 5G: L’infrastruttura per lo sviluppo delle smart cities

Il termine “smart city” è oggi molto popolare e molto utilizzato sebbene il suo significato e le sue caratteristiche non siano del tutto chiare, soprattutto ai non addetti ai lavori.

 

Ma cos’è, effettivamente, una smart city?

 

Una definizione che riesce a mettere d’accordo buona parte degli esperti è la seguente:

 

“Una smart city è una città dove i servizi sono resi più efficienti grazie all’uso del digitale e delle tecnologie abilitanti, al fine di migliorare la qualità di vita dei cittadini e delle imprese.”

 

Per sintetizzare, una smart city propone delle soluzioni che permettano, ad esempio, un trasporto urbano più intelligente o una struttura di smaltimento rifiuti funzionale alle necessità della città. Le città intelligenti si evidenziano per l’urbanistica efficiente che tiene conto delle ultime innovazioni ingegneristiche. Spesso, ciò equivale ad un modello di vita più vantaggioso per gli abitanti, che possono usufruire delle avanzate infrastrutture pubbliche.

 

A livello europeo, la European Innovation Partnership on Smart Cities and Communities (EIP-SCC) è un’iniziativa, supportata dalla Commissione Europea, che punta alla collaborazione tra città, PMI, Corporate, banche e ricercatori. A quale scopo? L’obiettivo è di migliorare la vita quotidiana attraverso delle soluzioni sostenibili integrate efficacemente nel tessuto sociale della città, risolvendo problemi e criticità specifiche del posto. È chiaro, quindi, che ogni smart city è differente: lo scopo comune è lo stesso, ma le dinamiche con il quale è sviluppato non possono non tenere conto della storia della singola città.

 

5G: Stato dell’arte

Un pilastro portante delle smart city, quantomeno a livello tecnologico, sarà il 5G che presto sarà attivo in Italia nelle principali città.

 

Ma che cos’è di preciso il 5G? Spesso si legge che l’innovazione apportata da questa tecnologia interesserà esclusivamente la mobilità. Tuttavia, si tratta di una vera e propria rivoluzione delle connessione di rete, che andrà ad aumentare notevolmente la capacità di sviluppo dell’IOT (internet of things).

 

Rispetto al 4G, il 5G permette una maggiore velocità, con proiezioni che prospettano di arrivare ai 100 gigabit al secondo entro il 2025. Per fare un rapido confronto con le reti attuali, basti pensare che, ad oggi, si è riusciti ad ottenere al massimo una velocità di 2 gigabit al secondo. Questa evoluzione permetterà lo streaming in 8k e, tra le altre cose, la condivisione della rete in maniera decisamente più vantaggiosa ed efficiente.

 

Un altro aspetto interessante del 5G è sicuramente la minore latenza, che tenderà allo zero dopo una breve fase di lancio iniziale. Ciò favorisce la diffusione di contenuti in diretta e ad alta risoluzione, lo sviluppo di robot e vede anche numerose applicazioni in campo medico (telemedicina).

 

Startup a livello globale

Trattandosi di tecnologie ancora in fase di sviluppo, è normale che il mondo corporate stia puntando moltissimo su questo settore. Nuove startup in ambito smart city nascono praticamente ogni giorno, ognuna di queste animata dal desiderio di imporsi sul mercato il prima possibile come il caso di JMA Wireless e MetaWave.

 

La prima azienda si occupa di risolvere alcune criticità del 5G, attraverso l’utilizzo di raggi mmWave per la creazione di antenne. Le piccole cellule proprietarie sembrano essere l’ideale per ambienti come uffici, aeroporti ed altre aree che possono trarre vantaggio dalla nuova rete, ma che possono presentare dei problemi di diffusione. 

 

MetaWave, invece, si occupa di un campo estremamente affascinante, quello della guida autonoma. Il settore necessita ancora di una connettività veloce e che possa dare dei feedback in real time, al fine di garantire la sicurezza e la scorrevolezza del traffico. Attraverso l’uso di “meta strutture”, capaci di manipolare le onde elettromagnetiche ed offrire performance migliori rispetto ai classici circuiti, la startup punta allo sviluppo di una propria intelligenza artificiale in grado di portare la guida automatica al livello successivo.

 

Startup italiane

A livello nazionale ci sono varie iniziative, pronte ad implementare il 5G nelle città d’Italia, per entrare in maniera efficace all’interno del mercato, il mondo delle startup italiane che opera nello sviluppo di applicazioni per smart city è sicuramente in espansione.

 

Da segnalare, è il bando “Action for 5G”, dedicato alle startup e PMI che vogliono contribuire con le loro idee innovative allo sviluppo del 5G in Italia.  Ad esempio, tra le startup Italiane, c’è weAR, società fondata da Emanuele Borasio e vincitrice proprio di “Action for 5G”, che permette alle aziende di creare in maniera autonoma manuali ed istruzioni d’uso interattivi basati sulla realtà aumentata. Nel futuro più prossimo, consultare informazioni “in 3D” e aggiornabili in maniera dinamica attraverso un visore, sarà di agevole uso per molte aziende.

 

Conclusione

In un momento in cui si è ancora molto concentrati sulla tecnologia e sull’uso che questa ha come fattore abilitante, diventa importante sapersi focalizzare su come questa possa essere utilizzata per produrre risultati e ritorni alle aziende e alle persone. Se da un lato, la possibilità di interazione apre definitivamente lo scenario all’implementazione e realizzazione di città smart, dall’altro, è tutta l’industria che potrebbe ottenere grandi benefici dal poter portare in azienda un modello che ne possa spingere ancora di più la possibilità di automazione. Un altro grande valore sta nella possibilità offerta dalla grande quantità di dati che si andrà a generare attraverso il 5G e su come questi potranno essere a supporto di decisori aziendali e pubblici.

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Come le startup di Intelligenza Artificiale stanno definendo il loro confine con l’ Etica

È SenseTime la startup di Artificial Intelligence con la più alta quotazione nel mondo. Nata ad Hong Kong nel 2014 , all’interno del dipartimento di Ingegneria informatica della medesima università, ha già raccolto 2.6 Miliardi di dollari e si sta apprestando ora, secondo bloomberg, ad avviare un altro round di 2 miliardi attraverso degli innovation advisor. L’obiettivo è diventare una piattaforma di open innovation nazionale per la prossima generazione di tecnologie di intelligenza artificiale sulla “intelligent vision”. Il focus di SenseTime è, infatti, quello della “facial recognition”, cioè l’utilizzo di algoritmi in grado di identificare e di leggere volti e/o oggetti. La velocità di identificazione e il numero di oggetti in grado di essere processati deve raggiungere grandi masse, così da essere poi in grado sia di condividere quei dati con soggetti interessati (in particolare decisori pubblici, ricercatori healthcare e retailer), sia di avere una base valutativa e formulare commenti e decisioni. Questo modello di AI e Big data apre quindi molte delle grandi sfide mondiali: dalla guida autonoma alle identità digitali, dalla cybersecurity alla manutenzione predittiva.

Parallelamente ai grandi investimenti che si stanno effettuando in Cina, anche gli Stati Uniti portano avanti e sfruttano la grande trasversalità della tecnologia. Tra le startup più finanziate c’è C3, che opera come Paas (platform as a service), in maniera tale da poter fungere da abilitatore per chiunque abbia necessità di sviluppo di IA, Big Data o Algoritmi di Intelligenza Predittiva.

Tuttavia, il grande tema globale sull’ Intelligenza Artificiale rimane l’eticaWired riportava, qualche tempo fa, i due problemi da affrontare: quello delle “black box” e quello del pregiudizio dell’algoritmo. Il primo riguarda l’apprendimento automatico che l’algoritmo avvia una volta impostato un sistema di “machine learning”: i dati di apprendimento diventano talmente tanti che risulta impossibile seguire il perché di ogni acquisizione e di conseguenza comprenderlo. Il pregiudizio, invece, riguarda discriminazioni che gli algoritmi compiono su alcune categorie: ad esempio, diversi algoritmi di riconoscimento facciale identificavano meno persone di colore e commettevano più errori, di fatto, discriminandole.

Ed è L’Europa che, su questo tema, sta cercando di mettere la testa avanti, avendo presentato nel 2018 un piano di investimenti di 1,5 miliardi con l’obiettivo di muoverne altri 20 attraverso i privati. Inoltre, proprio su questo verticale tecnologico si sta creando un laboratorio congiunto europeo (Ellis, European Laboratory for learning and Intelligent Systems). Tutto per avere una società maggiormente sensibile alla privacy, argomento già in attuazione attraverso la GDPR.

Tra le startup Europee di Intelligenza Artificiale, da segnalare Meero, che utilizza l’AI per ottimizzare la resa delle immagini, accorciando in maniera esponenziale i tempi che invece sono richiesti per il ritocco di documentazioni visive digitali. Anche in Nuvolab si sta investendo sullo sviluppo di progetti di co-creazione che hanno al centro competenze di AI: Mapadore, la startup che ottimizza il costo degli spostamenti per il sales, è stata citata da poco nel case study di Salesforce a Londra per la sua collaborazione con Supersolar.

La formazione dei centri di competenza quindi diventa cruciale per far evolvere i progetti tecnologici e creare dei canali di dialogo. Possono e devono esserci, sopratutto nei progetti altamente innovativi di una startup, delle competenze “chiave”  molto profonde. È necessario pertanto che questo dialogo  sia sempre trasversale e faccia in modo che il centro di competenza possa interfacciarsi anche con le aree “non-tech”, così da migliorare al massimo la comunicazione di prodotto, e, sulla base di ciò, fare evolvere la tecnologia nel modo migliore possibile, tecnologia che in Europa, con grande probabilità, si svilupperà rispettando l’etica e la privacy.

Se hai un progetto basato su AI oppure se sei interessato a valutare l’implementazione di progetti di intelligenza artificiale, puoi saperne di più qui.

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Come sviluppare un progetto di intelligenza artificiale in azienda

L’intelligenza artificiale è un tema molto discusso oggigiorno. Innanzitutto, bisogna capire che esistono diverse tipologie di IA. Ma prima ancora, è necessario fare un ulteriore passo indietro e chiedersi che cosa sia, in concreto, l’intelligenza artificiale.

L’IA può essere definita come un insieme di tecnologie avanzate che permettono alle macchine di imitare l’intelligenza umana.

L’intelligenza artificiale forte, chiamata anche IA generale, è un sistema in grado di svolgere tutte le funzioni intellettive umane. L’intelligenza artificiale debole, o narrow, invece, si concentra su task ben precisi, come il riconoscimento di immagini o di suoni ed è, pertanto, più limitata rispetto all’IA generale.

Al giorno d’oggi, l’intelligenza artificiale ha sempre più attenzione mediatica ed attira l’interesse delle aziende, che vedono forse per la prima volta il potenziale pratico dell’IA come soluzione definitiva ai loro gap aziendali.

Tuttavia, prima di seguire gli ultimi trend sull’IA bisogna capire da dove partire e questo richiede un importante lavoro di analisi, che va svolto prima di sviluppare qualunque software. In particolare, ci sono 4 aspetti da considerare: strategia, competenze, soluzione tecnologica e grado di consapevolezza. Vediamole assieme.

 

Strategia

“Se non sai dove stai andando, arriverai da nessuna parte molto in fretta”. Questa massima si applica bene al mondo dell’IA. È fondamentale capire perchè si sente la necessità o il desiderio di integrare il proprio ecosistema d’impresa con un’intelligenza artificiale. È per aumentare il fatturato? Per sollevare i dipendenti da alcuni lavori tediosi o per snellire il processo di comunicazione interna? Qualunque sia la risposta è essenziale conoscerla prima di cominciare il lavoro di sviluppo, in modo da operare poi con consapevolezza.

 

Competenze

Sviluppare un sistema di IA può essere estremamente complicato e richiede un grande sforzo di risorse umane. È importante appoggiarsi a dei professionisti del campo, come informatici e data scientist perché le hard skill sono necessarie, ma non costituiscono l’unico elemento per il successo dell’ IA. Al contrario, le soft skill, rappresentano un momento importante sul quale soffermarsi durante il processo di sviluppo dell’IA. 

 

Soluzione tecnologica

In seguito, è il momento di mettersi all’opera per scegliere una soluzione tecnologica che possa avere senso all’interno della propria azienda.

Un esempio pratico, può sicuramente essere d’aiuto. Immaginiamo di voler creare uno strumento che permetta di ottimizzare la gestione del cliente in un customer care. Valutare una serie di soluzioni tecnologiche sulla base della value proposition di una startup non aiuterebbe a stringere il focus in questo caso. Costruire dei POC, e valutare l’impatto che questi possono avere a livello di potenziale innovativo (in relazione all’azienda) ed impatto (sempre in relazione all’azienda) che la soluzione tecnologica possiede, definisce un brief per passare poi al passo successivo. Inoltre, ciò consente di capire su quale team affidarsi ed il relativo grado di personalizzazione che quella soluzione può raggiungere se combinata con le necessità aziendali.

 

Consapevolezza

Per poter integrare con efficacia un’IA in un sistema d’impresa è necessario possedere una certa apertura mentale, in grado di comprendere il potenziale ed i limiti dell’intelligenza artificiale. L’impatto dell’IA può essere trasversale, andando ad interessare campi inaspettati.

Ecco perché capire quali aree aziendali verranno toccate, permette di predisporre un piano di risposta valido che può prevedere della formazione per creare coscienza tra i dipendenti, un affiancamento per la messa a terra pratica del lavoro o anche una costante valutazione dei risultati economici che si stanno ottenendo.

 

Sviluppare questi punti in maniera personale, adattandoli alle proprie esigenze aziendali è un valido inizio per la creazione ed integrazione di un sistema di IA.

 

In sintesi, ecco cosa è fondamentale tenere a mente, nel momento in cui si decide di lanciarsi nello sviluppo di progetto basato sull’ intelligenza artificiale:

 

  1. Legare l’implementazione ad un obiettivo. La strategia deve essere definita fin da subito in maniera chiara. Per obiettivo, è bene precisare, non si intende solamente un risultato economico. L’intelligenza artificiale, essendo appunto un’intelligenza, è in grado di aiutare l’azienda in moltissimi ambiti e contribuire in numerosi campi. Dallo snellire un processo di comunicazione interna fino alla misurazione di KPI interni: l’importante è sapere la funzione dell’IA in uso.
  2. Approcciare il mondo dell’IA con una mentalità aperta. Trattandosi di un ambiente in continua evoluzione è essenziale aprirsi a questo con occhi diversi, valutando anche soluzioni meno convenzionali.
  3. Dare spazio alle competenze. Sviluppare un sistema di intelligenza artificiale richiede, come abbiamo visto, importanti risorse umane. Ecco perché è fondamentale costruire un centro di competenze dedicato, che possa operare con una visione di medio termine e che sia in grado di sviluppare abilità decisionali allo svilupparsi dell’IA.

Infine, in una fase iniziale, nella quale può risultare difficile orientarsi nella maniera corretta, consigliamo di affidarsi a dei consulenti esterni di innovation advisory, al fine di costruire un percorso condiviso di accesso, valutazione e implementazione delle possibili soluzioni tecnologiche.

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Come il “Collaborative Rainmaking” aiuta lo sviluppo dei progetti d’innovazione

È notizia di qualche giorno fa l’investimento seed fatto da MobilityUp in Mapadore, la startup che porta l’intelligenza artificiale al servizio del sales. Contestualmente a questo, è stata sancita una joint venture, per mettere a sistema le competenze che Mapadore è in grado di offrire con le opportunità che Nuvolab e MobilityUp possono aggiungere in quanto venture accelerator. Il percorso di accelerazione di Mapadore in Nuvolab è iniziato meno di un anno fa: il sodalizio è stato voluto in virtù dei continui impatti che l’AI sta avendo in maniera  sempre più pervasiva su tutte le industrie. Secondo Harvard Business Review Italia, infatti, la spinta che l’AI porterà nell’ economia sarà poderosa. Dall’ altro lato però, l’Europa risulta essere indietro su questo tema rispetto a Nazioni come Cina e Stati Uniti.

 

Inguscio Bosio Nuvolab Mapadore

Francesco Inguscio, Ceo e Founder Nuvolab, con Fabrizio Bosio, Ceo e Founder Mapadore.

 

L’investimento seed è stato raggiunto grazie ad un importante lavoro di co-creazione, tra i 3 soggetti coinvolti, cioè Nuvolab, MobilityUp e la stessa Mapadore. Noi lo chiamiamo “Collaborative Rainmaking”, ovvero la capacità di lavorare in maniera congiunta su progetti d’innovazione di medio-lungo periodo, allineando best practices e modelli di business differenti, ma complementari all’ interno di un arco temporale lungo. In questo modello, soggetti che potrebbero essere visti come competitor (ad esempio come MobilityUp, acceleratore verticale sul settore della mobilità), all’interno di una programmazione chiara, definita e condivisa, diventano coopetitor, partner con i quali condividere un percorso innovativo. È questa capacità di coniugare interessi diversi e congiungerli verso un’opportunità comune che ci permette di accelerare lo sviluppo di startup e fungere da “punto d’innovazione” per vari stakeholder, che siano persone interessate, partner o possibili competitor.

 

“Se vuoi andare veloce corri da solo, se vuoi andare lontano corri assieme ad altri”

 

 

I progetti di innovazione attraverso co-creazione rappresentano uno dei  punti di congiunzione per chi si lavora come “Innovation Advisor”, ovvero chi ha  la capacità aiutare ‘’le aziende grandi ad essere innovative’’, unendo competenze e capacità di execution. Se da un lato si aiutano startup promettenti ad accelerare il loro percorso, attraverso nuovi clienti o finanziamenti, dall’altro si deve essere in grado di fornire ad aziende interessate soluzioni innovative da integrare nelle Product e Technology Roadmaps, lavorando su obbiettivi comuni che partono da una strategia di innovazione condivisa e costruita insieme.

Se ti stai approcciando per la prima volta a questo mercato, oppure se hai bisogno di approfondire la tua conoscenza, quello che ti consigliamo all’ interno di un progetto di co-creazione è:

  • Dai grande importanza al setup: una strategia d’innovazione chiara, condivisa e socializzata è il primo passo per un’ execution di qualità
  • Valuta con mente aperta: se stai andando ad innovare, probabilmente avrai bisogno di competenze esterne. Valuta tutti i potenziali stakeholder, e non chiuderti opzioni che potresti trovare non percorribili, come il coinvolgimento dei tuoi competitor
  • Appoggiati a un team competente: che sia un team interno, o dei consulenti esterni, inizia ad affidarti a chi conosce le dinamiche d’innovazione. Pensa ad internalizzare il tutto una volta che hai un metodo chiaro. Nel  mentre, investi le prime esperienze in sperimentazioni.

Se sei interessato a parlare di innovation management e delle sfide del futuro in ambito innovativo, saremo più che felici di ascoltare le tue strategie e le relative sfide: contattaci qui.

 

 

 

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Le startup faticano a trovare risposte

15 dicembre 2018 – Una riflessione del CEO di Nuvolab, Francesco Inguscio, sul Corriere della Sera: le startup oggi faticano a trovare risposte anche perchè mancano “i corpi intermedi” che aiutano le realtà innovative ad entrare sul mercato.

I “corpi intermedi” sono quelle associazioni di categoria che dovrebbero catalizzare l’innovazione e favorirne l’adozione in tutte le aziende associate.

Ma non è così oggi in Italia.

Questi soggetti pagano lo scotto di strutture rigide, autoreferenzialità e gap tecnologico rispetto ai competitor europei. La tecnologia oggi potrebbe effettivamente far fare alle associazioni di categoria un balzo qualitativo sia sul piano della velocità di erogazione di alcuni servizi, sia sul piano della “scalabilità” dell’offerta. Basti pensare ai temi legati alla propagazione delle informazioni utili agli associati o al matching di business tra realtà innovative e realtà che cercano innovazione.

I casi di successo ci sono: MCE4X4 organizzato da Assolombarda grazie al nostro supporto, ad esempio. Ma anche attività formative e di aggiornamento per gli imprenditori organizzate da Confindustria o momenti di matching tra imprese sponsorizzati dalla Camera di Commercio di Milano. Sono solo alcuni esempi che mostrano come la tecnologia e une revisione strutturata dei processi possono effettivamente garantire un valore aggiunto tangibile per gli associati, che possono così vivere le associazioni di categoria come vero “salotto dell’innovazione” nel quale sentirsi a proprio agio nell’incontrare e progettare le aziende del futuro.

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Rider, la proposta di This is Not a Sushi Bar: «Credito d’imposta per i ristoranti che li assumono»

Il tema dei rider e delle loro tutele continua a tenere banco nel dibattito pubblico. Una norma doveva essere inserita nel “decreto dignità”, poi il ministro del lavoro Luigi Di Maio ha congelato la proposta attendendo i risultati di un tavolo di trattativa fra le piattaforme di consegna, i “fattorini digitali” e le organizzazioni sindacali.

Ma in questo dibattito un attore sembra essere rimasto fuori campo: i ristoratori, cioè proprio quelle imprese che si affidano alle piattaforme per affinché portino i pasti a casa dei clienti. A dar loro voce per la prima volta è This is Not a Sushi Bar, la catena milanese di sushi a domicilio che sta anche sotto l’ombrello della tribù di Nuvolab. In una lettera aperta al ministro Di Maio, This is not a sushi bar lancia la sua proposta: un credito d’imposta ai ristoratori per incentivare l’assunzione dei rider.

«I ristoratori –  spiega Matteo Pittarello, Presidente di This is not – potrebbero delinearsi come la soluzione ai problemi al centro del dibattito di queste settimane. La nostra proposta prende le mosse dalla consapevolezza che i ristoratori italiani, circa 330 mila a fronte di poche decine di piattaforme di delivery, hanno la possibilità, e spesso l’interesse, di assumere personale qualificato per le consegne al fine di migliorare il proprio servizio».

Se solo il 10% delle attività assumesse una persona, verrebbero a crearsi 33 mila nuovi assunti, circa tre volte quelli attualmente impiegati nelle piattaforme nei grandi centri urbani. Un modo per aprire il mercato del food delivery anche ai piccoli centri.

Proprio il delivery è il perno del business model della catena milanese, attiva dal 2007, prima realtà a scommettere in Italia sulla consegna a domicilio della cucina giapponese. Pur contando cinque ristoranti adibiti anche al consumo sul posto, il 90% del giro d’affari è rappresentato dal delivery. La catena è dotata di una squadra di consegnatori regolarmente assunti e ha sviluppato internamente un software per la gestione degli ordini e l’analisi dei dati integrabile con le maggiori piattaforme di delivery.

«Con le agevolazioni e la conseguente regolarizzazione del lavoro – conclude Pittarello – si prospettano un aumento del tasso di occupazione regolare e il recupero di parte del nero prodotto dal settore. Il Ministro ha la possibilità di dimostrare che è arrivato un cambiamento nella gestione delle problematiche più complesse e inedite del mondo del lavoro in Italia».

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Il Report sulla Digitalizzazione delle Startup Italiane 2017 – Seconda Edizione

In un contesto in cui le startup producono innovazione da immettere sul mercato globale, è impensabile pensare di “saper fare, senza far sapere”. Innovare il mercato non significa solo creare qualcosa (prodotto o servizio) che prima non c’era. Significa soprattutto introdurre sul mercato un prodotto o servizio che un potenziale cliente è interessato e disposto ad acquistare ed utilizzare. E il primo modo che ci viene in mente per far conoscere i nostri prodotti o servizi ai nostri clienti è il canale web, in primo luogo tramite il sito web della startup, che è il canale privilegiato da usare per chi ha un business model scalabile.

Il secondo report di Instilla sul livello di digitalizzazione delle startup italiane, a distanza di quasi un anno e mezzo dal primo, mette in luce una situazione non incoraggiante.

Le startup che hanno un effettivo sito funzionante sono, infatti, meno del 50%. Di questo 50%, peraltro, sono pochissimi quelli che rispettano i parametri minimi di ottimizzazione SEO. Ciò significa che chi “fa trovare” la propria innovazione al mercato si può contare in poche decine di startup (circa 100) su quasi 7.600 startup iscritte al registro delle startup innovative.

Una situazione che, probabilmente, dipende da diversi fattori tra i quali:

  1. Una ridotta consapevolezza dei canali digitali e un loro presidio ridotto da parte delle startup innovative italiane.
  2. Una limitata capacità tecnica per le startup che sono consapevoli dell’importanza di questi canali e li vogliono presidiare.
  3. Una tasso di “abbandono” delle attività imprenditoriali (incluso il fatto di mettere offline il proprio sito web o comunque non curarlo più) molto più alto nella “sostanza” rispetto a quanto emerga da una verifica “formale” sul registro imprese (stante i dati sulla bassa mortalità media delle startup italiane).
  4. Un limitato livello di competenze digitali dei professionisti (a cominciare dalle web agency a cui le startup si affidano per la realizzazione dei propri siti) a cui questa startup si affidano.

Probabilmente tutti questi assunti sono veri, ogni startup ha la propria storia e i propri vissuti e i propri più o meno buoni motivi per non curare la propria presenza digitale. Ma il mercato non perdona. E se si sceglie di essere “rilevanti” significa essere consapevoli che la propria startup DEVE avere una presenza on-line studiata, aggiornata e curata.

Banalmente, quando con Nuvolab facciamo attività di scouting tecnologico per i nostri partner corporate attingiamo dai nostri database interni, integrandoli sistematicamente  con ricerche mirate on-line. Potrebbero esserci iniziative straordinarie sul mercato, ma se non curano la propria presenza digitale riducono enormemente le possibilità di essere trovati.

Il report di Instilla rappresenta per noi un punto di partenza utile per comprendere meglio l’ecosistema startup italiano. Questo vuole essere lo stile con cui crediamo si debba portare valore al mondo dell’innovazione: con delle metriche e dei dati che ci permettano di avere una base analitica da cui partire per sviluppare considerazioni e trarre conclusioni. Probabilmente la metodologia alla base del report potrà essere migliorata ancora in futuro, ma, quantomeno, rappresenta un punto di partenza da cui cominciare la discussione.

In generale, un approccio data-driven e trasparente verso i risultati operativi permette di progettare consapevolmente una strategia più di alto livello utile a portare risultati economici di cui andare fieri. Un report di questo tipo, infatti, ci aiuta a capire dove possiamo migliorare come ecosistema.

Nella sezione dedicata ai facilitatori si vede che le startup seguite da soggetti abilitatori come incubatori, acceleratori e investitori registrano performance on-line migliori rispetto a quelle non seguite. Nuvolab stessa, però, dal “basso” della sua sesta posizione è consapevole che nessuno è perfetto ma tutti siamo perfettibili.

Abbiamo di fronte tanto lavoro, quindi, per noi e per le nostre startup perché, come detto all’inizio, non può esserci solo il “saper fare”, ma anche il “far sapere”!

Come alcune delle persone che ci seguono ci hanno fatto notare, abbiamo iniziato questo 2018 cercando di raccontare di più e meglio quello che Nuvolab e la sua Tribù sta facendo, a beneficio di una migliore percezione dell’ecosistema innovazione italiano. Questo report vuole essere, quindi, un primo passo per un modello informativo (e informato) concentrato sui dati e non “solo” sulle opinioni.

Ci aspettano “tante storie” e “tanti numeri” da raccontare sul Collaborative Rainmaking per migliorare le metriche di questo report e dei molti altri che verranno.

Buon Rainmaking (data driven) a tutti!